
ROTATION F TO M
Mostra personale di Benedetta Panisson
a cura di Mauro Mattei e Federica Tattoli
19 ottobre / 20 novembre 2011
Kolima Contemporary Culture, Milano
“La comunicazione prodotta da un corpo non-finito non può che essere comunicazione aperta. La comunicazione è avere quell’apertura, quell’orifizio, non un messaggio”.
Ho scelto di prendere in prestito la tua definizione di “comunicazione aperta” perché l’incipit di L’Atto muto è già di per sé un punto d’incontro, sfalsato, tra le nostre ricerche. Anch’io ho cominciato a scrivere una tesi di laurea parlando di orifizi, con Il corpo senza organi e precisamente con l’analisi che Deleuze fa di Pour en finir avec le jugement de dieu.
Comunicazione aperta, dunque, come libero passaggio da un corpo aperto a un altro corpo aperto, io-tu.
Vorrei dunque iniziare dal corpo, e cominciare a dialogare sull’idea del corpo, che ha poi avuto così tanto peso nel discorso sulla differenza di genere.
Io parto dal “femminismo” e questo perché sono molto attratta dal passaggio che proprio il corpo della donna ha compiuto nel corso della storia.
Da sempre il corpo della donna è stato legato strettamente alla sessualità, a partire dall’idea della natura e della terra, dunque della venere, passando attraverso la mortale condanna della congiunzione carnale con il demonio per arrivare all’annientamento del corpo stesso dell’isterica.
Da qui, mi ricollego al binomio tra antico e osceno che tu associ alla pornografia e ora mi piacerebbe che tu puntassi una luce laterale su quanto ho detto e cominciassi a ridefinire questi spunti partendo dalla tua personale esperienza.
Mi viene in mente un’orgia. Un’orgia interiore.
Un’orgia come un corpo dentro al corpo. Un corpo che tende all’infinito ed è chiuso in un corpo che è un limite; il corpo limitato ha però dei buchi. Per associazione libera vorrei dire qualcosa sui buchi neri, ma non ne so e capisco nulla.
E ovvio, abbiamo buchi anche perché qualcuno ci possa spiare dentro.>
Mi piace ambiguizzare tutto con trasparenza e pervertire il sentire comune con il sorriso sulle labbra. L’orgia, il corpo interiore e molteplice, è l’uscita dal sé, è essere l’una o l’altro o entrambi contemporaneamente, è una celebrazione vitale, gioiosa e faticosa, piacevole e dolorosa, è la condivisione e il condividersi, la rinuncia e il dono: Dio c’entra con l’orgia.
Nell’umano, l’orgiastico è la volontà di schiaffeggiare la morte, e nel gesto dello schiaffo rallentare e rendersi conto che forse accarezzarla è più potente.
Amo l’estetica della sessualità. Io la chiamo così. Volendo potrei chiamarla anche la sessualità dell’estetica. Non è, per quanto mi riguarda, una disciplina, semmai un’indisciplina.
L’estetica della sessualità è un’energia sensibile che scorre profonda, che vorresti percepire (o involontariamente sentire) di nascosto ed imbarazzarti un po’. Comunicarla a parole o ad immagini non basta, non è mai abbastanza.
Sono un atto muto, la sessualità e la sua manifestazione, che tace e disapprova se stesso nel divenire comunicazione. Per mutismo non intendo un’assenza di parole, ma una parola bucata e spaziosa, che lascia adito al fraintendimento. In questo, a mio parere, la comunicazione si fa aperta; nell’essere quel buco, fisico o orale, alfabetizzato o analfabetizzato, nell’essere quell’orgia.
Credo che il mio cammino, seppur storto e forse non scelto volontariamente, sia attratto da ciò che riguarda la manifestazione sessuale del micro e del macro, di ciò che utile e inutile, di ciò che respira e di ciò che non respira.
Quando avevo due o tre anni e i miei mi portavano in giro chiedevo sempre a tutti “ma tu ti accoppi? ma quanto ti accoppi?”, era la prima cosa che mi veniva in mente. E direi che sono certa non me l’abbiano insegnato i miei genitori tra le prime parole. La gente rispondeva o non rispondeva, o rideva intenerita, così come si fa con i bambini quando dicono o fanno cose buffe. Nella loro reazione, giustamente, c’era leggerezza.
All’epoca facevo anche un’altra cosa: quando mia nonna, da lei arriva il mio sangue armeno, mi portava a passeggiare sulla riva, e qualcuno chiedeva “Ma come si chiama questa bella bimba?” io rispondevo “Gerardo”: fossi nata maschio sarebbe stato il mio nome, mi raccontavano i miei. Mia nonna cercava in qualche modo di rimediare, e chi guardava la bimba Gerardo sentiva buona una reazione leggera e divertita.
Io non ho mai amato la leggerezza, lì dove ti aspetti di trovarla.
Mi piace credere che l’attenzione nel condividere la comunicazione dell’atto sessuale, qualsiasi esso sia, non si ponga solo sulla forma verbale o visiva ma su un allineamento di buchi, una centratura che coinvolge varie aperture, o chiusure, vari equilibri, vari squilibri, armonie e dissonanze, che risuonano non solo sulle corde vocali o nei timpani ma in tutto il corpo. Nel percorso yogico ho trovato una via possibile.
Se fossi amante della sintesi avrei detto: la comunicazione della sessualità è essere un orifizio.
La mia riflessione sul femminismo o sul maschilismo: in quest’orgia che è il corpo nel corpo fanno sesso degli elementi maschili e degli elementi femminili. Si creano degli equilibri e degli squilibri. Si creano delle dominanti e delle sottomissioni. Nell’istante dell’unione gli opposti entrano nell’oblio di se stessi e di tutto il resto. Spesso parlo di cose che non conosco.
Quindi tu in questo senso punti sulla confusione dei generi, sull’ambiguità delle differenze e delle assonanze dell’uno e dell’altro, sempre in relazione al corpo. E lo fai volontariamente, come azione poetica.
Sei reduce da una recente mostra personale in cui hai presentato “Rotation M to F”. Ci offri qualche spunto di riflessione a partire da questo progetto che, come mi spiegavi, tira un po’ le fila di un tessuto di ricerca più vasto?
Rotation F to M e’ un desiderio amoroso e confuso, realizzato con fatica e gioia. Desideravo l’altro da me e fare creare sentire condividere come fossi un maschio. Non un maschio qualsiasi, non esistono maschi qualsiasi, ma un uomo selezionato con attenzione, cura ed eccitamento. Un riadattamento sessuale senza meta, un attraversamento di generi circolare; tutto cio’ ci ha fatto girare la testa. Ma soprattutto una possibilita’ di perdere l’identita’.
O forse e’ stato un altro modo per accoppiarsi senza orientamento sessuale.